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Data di pubblicazione: 03 settembre 2012

Nella fabbrica degli orrori "una discarica abusiva"

Il Giorno
Lombardia
Una nuvola di fumo gioca col vento mentre si solleva da uno dei tanti cumuli di cenere nel cortile del
capannone di via Don Mazzolari, al 3. Resti di legna, detriti e chissà che altro sparpagliati qua e là. Radenti al muro ci sono tre roulotte, di cui una, inglobata in una costruzione fatiscente fatta di legna e mattoni che sembra star su per miracolo. I muri del fabbricato di fronte sono scrostati e ammuffiti e, all'interno, per terra, c'è un cimitero di calcinacci e intonaco caduti dal soffitto.


Questo lo spettacolo, pietoso, in cui versa la «fabbrica degli orrori» di Liscate, la Florian Pallets, azienda gestita da un gruppo di romeni che produce bancali in legno. Una sorta di campo rom in realtà, scoperto dalla polizia locale associata di Truccazzano, Pozzuolo, Liscate e Bellinzago in seguito alle segnalazioni dei cittadini. Ogni sera da quei muri vedevano levarsi i fumi dei piccoli roghi in cui venivano bruciati gli scarti delle lavorazioni giornaliere.
Ieri mattina, una task force di agenti, tecnici dell'Asl e dell'Ispettorato del lavoro, guidati dal vicecomandante dei ghisa Salvatore Guzzardo, ha effettuato un sopralluogo nella fabbrica per verificare la reale situazione. Il verdetto unanime fin dal primo sguardo:
tutto abusivo, igiene e sicurezza ridotti a zero. «Si chiude. E subito».


Otto romeni sono seduti a un tavolino fuori da una roulotte, sotto un ombrellone. Parlottano tra loro e sorridono, intenti a sorseggiare il caffè. Sembrano poco interessati al gruppetto di persone davanti a loro che sta ordinando il sequestro dell'intera area. Solo una donna, dice di essere la moglie del proprietario, discute coi tecnici: «
Diteci cosa dobbiamo fare per continuare a lavorare». La risposta è secca: «Signora, qui non c'è niente che sia a norma di legge. Bisogna chiudere baracca». Il resto del cortile è cosparso di cassonetti che raccolgono di tutto, dai sanitari alle televisioni fino ai piccoli rifiuti. Tutta roba che sembra arrivare direttamente da una discarica, ammonticchiata alla buona in container di legno. Che può sempre servire, non si sa mai. Protetto da una tettoia c'è un giaciglio di fortuna per le serate d'estate, quando fa troppo caldo per dormire in roulotte. C'è pure una lavatrice, collegata a dei cavi di fortuna immersi in una pozza d'acqua. Non propriamente il top della sicurezza.


L'interno della «fabbrica», se possibile, è ancora peggio. Nello stanzone principale cumuli di legna e calcinacci sparpagliati a terra. Appena entrati si nota subito una grossa sega circolare. Intorno,
operai o presunti tali senza alcun tipo di protezione, in infradito addirittura. Niente guanti, occhiali né tantomeno elmetti. E lo spettacolo non è certo finito.
Sul lato del capannone ci sono due stanze da letto: le «suite» le chiama qualcuno, ironizzando. La prima è un vero loculo. Buia, senza finestre né corrente elettrica. Una brandina e un materasso sono gli unici comfort offerti. Accatastati al muro diversi sacchi neri colmi di immondizia. La seconda è da resort al confronto. Un letto matrimoniale, una finestra, due armadi e perfino un tappetino, una (finta) pelle di volpe stesa a terra. Di dubbio gusto forse ma tant'è. È l'unico sfizio in un mondo dove spesso a mancare è invece l'essenziale. E intanto i romeni all'esterno ridono e scherzano giocando con lo smartphone di ultima generazione.



Fonte:
Il Giorno
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